All’ora convenuta ci ritroviamo davanti all’ingresso della casa di Serge Gainsbourg al numero 5 bis di Rue de Verneuil, nel quartiere di Saint-Germain-des-Prés, a Parigi. Siamo un drappello eterogeneo – francesi, turisti stranieri come me, giovani e meno giovani, anziani – con l’aria da cospiratori timidi. Si percepisce un senso di leggera trepidazione mentre lasciamo passare i minuti che mancano. L’addetto alla sicurezza all’ingresso è molto rigido: pretende da noi una fila geometrica e militaresca a partire da un punto preciso, senza strabordare. Eppure siamo davanti a una facciata caotica e irridente all’ordine, dove i graffiti si sovrappongono in una parete palinsesto di ex voto, omaggi, dediche, di vero amore per il provocatore, il poeta, il genio. Serge Gainsbourg lo chiamava “Il mio libro d’oro. Chi passa, amici o fan, ci scarabocchia sopra qualcosa”.

Continuano ad arrivare altre persone, leggermente trafelate. Una donna si accorge che il resto del gruppo ha già una cuffia al collo, così spedisce il compagno al numero 14, l’ingresso della libreria-bar. L’uomo torna trionfante poco dopo brandendo due paia di cuffie voluminose con audioguida. Funzionano in modo semplice: si sceglie la lingua, inglese o francese, e la voce di Charlotte ci guiderà nel percorso, dettando i tempi della visita. Manca poco alla realizzazione di un sogno.
Ci sono voluti decenni, trentadue anni per la precisione, perché si realizzasse anche il sogno della figlia di Serge Gainsbourg e di Jane Birkin, che dopo la morte del padre, il 2 marzo del 1991, comprò la casa dagli altri eredi, curandone da allora la manutenzione. Ha pensato di venderla, di farne una residenza per artisti, di viverci, o perfino di trasformarla in una bolla di vetro che i visitatori potevano contemplare dall’esterno, secondo il progetto dell’architetto Jean Nouvel.
Nel frattempo, Charlotte teneva la casa come un santuario. Dovendo condividere la tomba di Serge nel cimitero di Montparnasse con i fan, era in questa piccola casa-reliquario dai soffitti bassi, le pareti nere e gli spazi angusti che si rifugiava quando voleva stare da sola con lui. “Je voulais que rien ne bouge”, non volevo che si spostasse nulla, e così qui tutto è rimasto com’era quel giorno di marzo di più di trent’anni fa.
La storia del 5 bis di Rue de Verneuil inizia nel 1967. All’epoca Serge Gainsbourg abitava in uno studio alla Cité des Arts: agli artisti era consentito di risiedere solo per un paio di anni e la sua permanenza era scaduta. Chiese un prestito alla sua casa discografica e incaricò il padre Joseph di mettersi alla ricerca di un’abitazione. All’inizio pensava di stabilirsi nel 7° arrondissement, in Rue de l’Université. “Mica scemo, il ragazzo – commentò Joseph in una lettera – Le case sono antiche, affascinanti e… aristocratiche”. Pochi giorni prima della fine dell’anno, Joseph portò a termine la missione per il figlio adorato che in quel momento era al centro di un enorme scandalo a causa della torrida storia con Brigitte Bardot. L’attrice era sposata (infelicemente) con Gunter Sachs che la portò per una settimana con sé a Gstaad cercando di riconquistarla. Ma Brigitte aveva altre idee per la testa, progettava di andare a vivere insieme a Serge. Quando tornò a Parigi, lui la portò a visitare la petite maison charmante che nel frattempo suo padre gli aveva trovato in Rue de Verneuil e che voleva trasformare in un palazzo da Mille e una notte per amor suo. Andarono a vederla una sera e di nuovo il mattino dopo. Quando arrivarono, c’era già un gruppetto di aspiranti acquirenti che Brigitte liquidò gridando “È venduta!”. Un piano terra e un primo piano con affaccio su un giardino, nella stessa via dove abitava Juliette Gréco.

La storia con Brigitte finì poco dopo, nel gennaio del 1968 e Serge, “marchiato a fuoco”, passava le sere con un amico a bere nei bar dell’Ile Saint-Louis, e a ripetere di volersi buttare nella Senna. Poi cominciò a uscire con una serie di giovani donne che annotava nei suoi taccuini raggruppandole secondo il colore dei capelli. Finché nella sua vita non comparve “Jane B”, giovane attrice inglese, ex moglie del compositore John Barry e madre di una figlia neonata. Si conobbero sul set del film Slogan del regista Pierre Grimblat. Finite le riprese, Serge e Jane, ormai una coppia, andarono a vivere a L’Hôtel in Rue des Beaux-Arts (dove era morto Oscar Wilde), perché nel frattempo erano in corso i lavori di ristrutturazione in Rue de Verneuil.
Serge Gainsbourg aveva chiesto la consulenza di Andrée Higgins, un’antiquaria e decoratrice d’interni molto conosciuta a Saint-Germain-des-Prés. L’aveva incontrata il giorno dopo la rottura con Bardot e, in evidente stato di disperazione, le aveva chiesto di dipingere di nero tutta la casa. “Voleva vivere in un universo Bardot”, disse Higgins a Gilles Verlant, il biografo di Gainsbourg. “Aveva fatto incorniciare i suoi ritratti sublimi a grandezza naturale, firmati da Sam Levin, e nel corridoio che portava alla camera da letto voleva appendere alcune sue foto più piccole in bianco e nero, illuminate da punti inaspettati. Con l’arrivo di Jane, decise di sostituirle con dei ritratti di Marilyn Monroe. Voleva perfino delle abat-jours nere e tende nere alle finestre”. Joseph le telefonò allarmato: “Mio figlio è completamente impazzito, gli dica di cambiare colore!”. Serge cedette sulle tende, ma sul resto non cambiò idea. Un giorno arrivò con un lampadario di cristallo di due metri per la piccola sala da bagno al primo piano. È il protagonista di uno degli aneddoti raccontati da Charlotte nell’audioguida.
All’ora indicata sul biglietto d’ingresso, una giovane attendente ci fa entrare una o due persone alla volta. Mentre aspetto il mio turno faccio fatica a credere di poter finalmente varcare quella soglia rimasta invalicabile fino al settembre del 2023. Durante un viaggio a Parigi subito dopo il Covid, mentre ero in contemplazione dei graffiti, da un’auto parcheggiata nei pressi del 5 bis era sceso un uomo con una valigia, aveva aperto il cancello ed era entrato lasciandolo socchiuso. Ne avevo approfittato per sbirciare all’interno ed ero stata tentata di intrufolarmi nel giardino. Meglio osare e chiedere scusa che vivere di rimpianti. Molti anni prima a Londra, a Hampstead, ero andata alla casa di Keats nel giorno dedicato alle visite scolastiche. Al citofono l’addetto non mi aveva fatto entrare, ma in quel momento era arrivata una scolaresca a cui avrei potuto unirmi. Mi mancò il coraggio e quella casa ancora non l’ho visitata. Se quel giorno a Parigi avessi oltrepassato il cancello, mi sarei ritrovata nella proprietà dei vicini, non a casa di Serge. (pubblicato su Lucy sulla cultura il 24 luglio 2025)
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Il sito della Maison Gainsbourg.


