Quando arriva il mio turno di entrare nella Maison Gainsbourg, la porta si apre ed entro nella stanza principale, che conosco in ogni dettaglio per averla vista in decine di foto e video e averne letto in interviste e articoli. E pensare che quando era vivo, soprattutto negli anni post Jane B, bastava suonare il campanello e nella sua solitudine Serge Gainsbourg apriva la porta a tutti: i tassisti, che lo accompagnavano a casa a cui lasciava mance generose, i poliziotti – che convinceva a regalargli i distintivi di cui faceva collezione – i giornalisti e le giovani fan. Ecco il grande ritratto di Bardot, un po’ sbiadito, lo Steinway, le tastiere, il telefono super tecnologico, oggi modernariato, con i numeri importanti memorizzati, i dischi d’oro, la valigetta nera che riempiva di banconote, il posacenere con le cicche, la ricarica dello Zippo. C’è ancora l’impronta del suo corpo impressa sul piccolo sofà, accanto alla pila di riviste. Ci si aspetta quasi di vederlo sbucare da un momento all’altro dalla cucina, o dalle scale, la barba incolta, gli occhi gonfi e liquidi, la camicia sbottonata sui jeans dall’orlo sfilacciato, i piedi nudi, una Gitanes accesa in una mano e un bicchiere di whisky nell’altra.
C’è solo qualche minuto per rendersi conto di essere fisicamente lì, in quel luogo leggendario, e assorbirne tutti i dettagli, poi la voce di Charlotte mi sospinge fuori, verso la prossima tappa, con l’eco di voci di bambine, qualche frase di Jane, note di pianoforte – brevi momenti di vita familiare in questa casa-museo dove non si poteva spostare niente neanche di un centimetro. Il luogo più children-unfriendly dove crescere insieme a una baby sitter all’ombra della coppia simbolo della liberazione sessuale nella Francia post-gollista, con un padre provocatore di professione e una madre scandalosa. Una casa opprimente quando Serge Gainsbourg diventerà Gainsbarre, l’alter ego alcolista all’ultimo stadio, egocentrico, malato di fama e perfino violento. Un giorno del 1980 Jane prenderà le due figlie, Kate e Charlotte, lascerà Rue de Verneuil e si rifugerà all’Hilton, l’hotel dove Serge l’aveva portata alla fine della lunga notte del loro primo appuntamento. “La solita camera 642, Monsieur Gainsbourg?”, fu la domanda che Jane intercettò nonostante il suo francese ancora incerto. Si spera che dodici anni dopo il concierge abbia avuto il buongusto di dargliene un’altra.

L’ufficio stampa della Maison Gainsbourg si raccomanda di non svelare gli aneddoti che Charlotte mi sussurra nell’orecchio (la colonna sonora realizzata da Soundwalk Collective attinge a un archivio sonoro inedito). In cucina c’è un frigo trasparente (una confezione di uova, cibo in scatola, qualche barattolo di vetro) e sopra i fornelli un grill girevole, quello che Jane usava per preparare il suo celebre pollo arrosto, il comfort food per la famiglia felice che avrebbe voluto crescere in una casa piena di luce, allegria e disordine. Sugli scaffali sono allineate decine di bottiglie vuote, le etichette polverose e illeggibili; ci sono spezie e condimenti nella credenza a muro, dei piatti sul tavolo di vetro. Mi sento un’intrusa che spia nella vita domestica di una famiglia momentaneamente assente, come se fossi il protagonista di Ferro 3 di Kim Ki-duk. Siamo devoti o voyeur? Pellegrini o feticisti?
Pochi gradini di una scala stretta e si sale al piano di sopra. In un piccolo armadio a muro nel corridoio alloggiano alcuni vestiti di Serge; c’è un angusto bagno di servizio e in fondo lo studio, con un enorme fax, la macchina per scrivere, la poltrona di pelle e la biblioteca. Tornando indietro, Charlotte ci conduce davanti alla stanza delle bambole, poi ci lascia sbirciare nella sala da bagno con i marmi neri dove troneggia il lampadario di cristallo, con cui da bambina misurava la sua altezza: “Un giorno all’improvviso mi accorsi che con la testa sfioravo la palla appesa in basso”, racconta. Sui ripiani intorno alla vasca ci sono articoli da toilette, profumi, creme, flaconi. Dietro la porta, invisibile, il bidet. Serge Gainsbourg era molto pulito, ma raramente faceva il bagno, preferiva lavarsi a pezzi.
L’ultima stanza è la camera da letto. “Era il luogo privato dei miei genitori, a noi bambine non era permesso dormire nel letto con loro, come ho lasciato fare ai miei figli”, dice Charlotte. Su quel letto nel 1984 Serge si fece fotografare da Patrick Duval come un Adone reclinato sulle lenzuola bianche, nudo e glabro fino al pube folto e nero, una figura androgina con i genitali nascosti, il posacenere e le Gitanes per compagnia.
È qui che Charlotte lo trovò la mattina del 2 marzo del 1991, probabilmente morto d’infarto nel sonno.
La visita dura circa trenta minuti, che scorrono silenziosi come in un luogo sacro. Siamo stati guidati, condotti, ma la condivisione di spazi, ricordi, presenze è vivida, palpabile. Resta il sospetto di un senso di profanazione.

Riemergo alla luce di una giornata assolata, attraverso la strada e dopo qualche passo sono all’ingresso del museo. La collezione permanente racconta l’universo di Serge Gainsbourg in otto capitoli biografici: centinaia di manoscritti, opere e oggetti emblematici, vestiti, bijoux alloggiati dietro le vetrine, mentre sugli schermi scorrono materiali audiovisivi di archivio e Gainsbourg si racconta attraverso le interviste. In fondo al corridoio, la statua dell’Homme à Tête de Chou di Claude Lalanne che un tempo era alloggiata al 5 bis, e perfino il manoscritto originale della Marsigliese di Rouget de Lisle che Serge acquistò all’asta dopo la famigerata irruzione dei paracadutisti a un suo concerto: tentarono di impedirgli di cantare la versione reggae dell’inno nazionale insieme a Sly and Robbie, così lui la cantò a cappella con la mano sul cuore e i parà sull’attenti. Moltissimi i ritagli di giornale, collezionati non solo da Serge ma anche dal padre Joseph Ginsburg, fiero del successo del figlio. Nell’antro sotterraneo, una piccola esposizione temporanea dedicata a Je t’aime moi non plus, con alcune riviste italiane: «Gioia» titolava “La ragazza dello scandalo”; Lietta Tornabuoni firmava “La canzone dello scandalo” (forse su «L’Europeo»).
C’è una collezione di scimmie, giocattoli meccanici e pupazzi di peluche, in feltro o stagno, trovati nei negozi di antiquariato del quartiere o durante i viaggi a Londra. Nel 1973 sulla copertina dell’album Vu de l’Extérieur, Serge Gainsbourg si fece ritrarre su un collage di foto insieme a scimpanzé, oranghi, nasiche e gorilla. Come per il sarcofago di un faraone, per proteggerlo nell’aldilà, nel 1991 Jane gli depose fra le mani Munkey, la scimmietta di peluche che aveva vinto a una tombola da bambina, quella che teneva sui jeans sbottonati sulla copertina di Histoire de Melody Nelson.

Dopo un paio d’ore di immersione totale nell’universo noir decadente di Serge Gainsbourg, risalendo dal sotterraneo si sbuca nel Gainsbarre, il café e piano-bar ispirato ai primi anni della sua carriera, quando si esibiva nei cabaret di Parigi. Per uscire si passa attraverso la libreria-boutique della Maison Gainsbourg: dischi, fotografie, calamite, accessori, vestiti. Si può comprare un posacenere di porcellana firmato per 50 euro, una riedizione della camicia delavé Lee Cooper unisex per tutte le stagioni a 119, una giacca Yves Saint Laurent (partner della Maison) solo su ordinazione per duemila euro, i jeans LC110 Lee Cooper, le Repetto bianche, per portarsi un pezzo di Gainsbourg addosso, tutti i giorni.
C’è una selezione dei libri della sua biblioteca: dai classici come i saggi di Montaigne e Montesquieu, a testi come L’Abisso di Joris-Karl Huysmans, La notte sarà calma di Romain Gary, Venere in pelliccia di Leopold von Sacher-Masoch, le opere di Edgar Allan Poe. Ma anche Dressage di Bernard Montorgueil, pseudonimo dietro al quale si nasconde un fitto mistero della letteratura clandestina: una raccolta di testi basati sulla sottomissione maschile a dresseuses sontuose e raffinate. Oppure, per tornare all’ossessione dello sguardo maschile sul corpo femminile, La signorina Else di Arthur Schnitzler, figura di adolescente che esercitava un fascino morboso su Gainsbourg (da Melody Nelson con Jane a Lemon Inceste con Charlotte) o Figurées, défigurées, Petit vocabulaire de la féminité représentée di Gilbert Lascault, un’indagine sullo sguardo che in Occidente gli uomini hanno rivolto alle donne, come le hanno raffigurate e, spesso, sfigurate per instillare discordia e perfino odio tra i sessi. C’è anche La confessione di un figlio del secolo di Alfred de Musset, la storia di un uomo che si consola del tradimento della sua amante con una vita di bagordi e stravizi, pensieri di suicidio, morte e solitudine. Proprio come avverrà a Serge dopo l’abbandono di Jane.
Senza comprare niente, nemmeno un drink per brindare a Serge, ancora avvolta in quella cappa nera, mi incammino sotto il sole verso la Senna, diretta a quel Luna Park per turisti americani che è diventata la libreria Shakespeare and Company. In Rue des Grands Augustins, alzo lo sguardo su un muro e vedo una targa: “Pablo Picasso visse in questo immobile dal 1936 al 1955. Fu qui che dipinse Guernica nel 1937”. Qui veniva a trovarlo Françoise Gilot. Un’altra storia di satiri e ninfe. Anche in quel caso, fu lei a lasciarlo per salvare se stessa. (pubblicato su Lucy sulla cultura il 24 luglio 2025)
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