Sull’altopiano dello Hardangervidda dove è nata, la violinista norvegese Benedicte Maurseth ha visto le renne selvatiche solo un paio di volte e da lontano, infatti i suoni che ha incorporato nell’album Mirra provengono da registrazioni di esemplari finlandesi. «La parola “mirra” viene da un antico dialetto dello Hardanger: indica quando le renne si mettono a correre in circolo per tenersi al caldo e tenere lontani i predatori. I maschi più anziani stanno al centro e per proteggersi spingono i più giovani all’esterno. “Mirra” è anche un posto brulicante di renne, quando non erano a rischio di estinzione», ci spiega in videochiamata da Bergen.

Un violino “simpatico”
Benedicte Maurseth suona lo hardingfele, il violino norvegese che, rispetto a quello classico, in più ha quattro corde simpatiche. In Norvegia è lo strumento nazionale e in passato aveva una cattiva reputazione: era considerato lo strumento del diavolo e non poteva entrare in chiesa. Il violinista, però, era una rockstar per il suo prestigioso ruolo sociale; quindi la musica per hardingfele si può considerare il rock’n’roll norvegese? Maurseth scoppia in una risata schietta e si dice d’accordo: «Era uno strumento centrale nella vita quotidiana, senza il violinista non si celebravano i matrimoni. Non poteva entrare in chiesa ma era presente in qualsiasi altra situazione della vita, anche nei funerali: durante la veglia del defunto si ballava, un approccio alla morte molto diverso da quello cristiano, un’usanza che in alcune zone della Norvegia si è protratta fino alla fine del 1700. Sì, era il nostro rock’n’roll, il violinista era un dio che trasportava i partecipanti al rito in un’altra dimensione attraverso le preghiere e la musica ripetitiva».
Le renne antistress
Nel corso di quest’anno ho usato Mirra come rimedio antistress per la sua sorprendente capacità di placare i tormenti più insidiosi. Il verso delle renne è meno inquietante del bramito dei cervi – una via di mezzo tra un muggito e un barrito – e nei brani si inserisce nel canto del violino, mentre i nuclei melodici girano, si evolvono ed evocano la forza pacifica della natura e degli esseri viventi in condizioni estreme. Percussioni, basso, tastiere, elettronica, le corde del violino e i versi delle renne sono una miscela incantatoria. Qual è il segreto di questo effetto miracoloso? Maurseth riflette a lungo prima di rispondere: «Il paesaggio che cerco di catturare con la musica ha su di me lo stesso effetto che Mirra ha per te. Provo a trasferire quella sensazione di pace in una musica molto ripetitiva, come la tradizione folk su cui si basa, e la ripetizione ha un effetto calmante. Come nel folk, le variazioni si ripetono, a volte sono percepibili, altre no, e questo produce una sensazione organica di calma e di movimento al tempo stesso. Le composizioni per hardingfele possono essere molto energiche o più spirituali, io scelgo quelle più meditative. Quando suono i brani tradizionali mi sento più felice e calma: comincio a improvvisare, a eseguire variazioni e su di me hanno un effetto benefico. Inoltre conosco molto bene la regione dove sono nata e cresciuta, so dove abitano i violinisti, dove è stato costruito il mio strumento, conosco il nome di ogni monte e lago e quanti giorni di cammino ci vogliono per arrivarci. Il paesaggio mi fa sentire molto connessa e radicata, forse c’entra anche questo».

Un altopiano dove tutto è piccolo
Benedicte Maurseth vive a Bergen da una ventina di anni, ma è cresciuta a due ore e mezza di distanza, sui monti dello Hardanger. La valle è attraversata da una strada che collega Bergen a Oslo, ma sull’altopiano c’è silenzio, la presenza umana è scarsa. «Non è come le vostre Alpi. È piatto e pieno di laghi, fiumi, rocce. Non ci sono alberi a causa dell’altitudine, solo morene. Tutto è piccolo, bisogna guardare per terra per vedere quello che riesce a crescere durante la nostra breve estate».
Ha cominciato a studiare a sette anni con Knut Hamre, il miglior violinista della sua generazione (è nato nel 1952) e ancora oggi continua a imparare da lui. «È uno strumento solista, perfetto per la mia condizione isolata sui monti: produce una musica così ricca che non c’è bisogno di un bassista né di altro. In un contesto di gruppo è necessario amplificarlo e qualcosa si perde: ha un suono bellissimo in acustico, ma è uno strumento duttile. Quando suono in gruppo, faccio in modo che le composizioni siano più “piccole”. I musicisti che suonano con me sono ottimi improvvisatori e compositori, per cui non li limito dando indicazioni precise: a volte ho la canzone completa, altre solo una melodia e racconto l’immagine che ho in testa, ad esempio una mandria di renne che corre in circolo».
Le renne in Norvegia
«Sono animali che vivono nello Hardanger da millenni e si sono adattate alla perfezione all’ambiente e al clima freddo. Se d’estate fa troppo caldo, si incamminano verso i ghiacciai e si sdraiano nella neve per rinfrescarsi. La pelliccia le protegge fino a meno quaranta gradi. D’inverno il paesaggio è completamente bianco: quando vado a sciare o attraverso l’altopiano in auto mi chiedo come fanno a sopravvivere in mezzo a tutto quel candore».
Delle 24 aree in cui vivono le renne selvatiche, solo una è verde, a indicare un ecosistema favorevole alla loro sopravvivenza; 12, tra cui lo Hardanger, sono rosse. Le criticità sono dovute all’impoverimento genetico, alle malattie croniche e alla frammentazione delle aree a causa della presenza di strade, bacini idrici e impianti turistici. «Le renne non amano gli umani. Se sentono il nostro odore portato dal vento si allontanano rapidamente, sono molto veloci. In passato i predatori più pericolosi erano gli orsi e i lupi, adesso sono le aquile di mare. Si abbassano in volo e con gli artigli afferrano i cuccioli all’altezza dei polmoni, così perdono il respiro e muoiono all’istante», spiega Benedicte Maurseth. «Se non sono protetti dalla mandria, vanno incontro a morte sicura, come quando il gruppo deve spostarsi rapidamente per un pericolo improvviso e i cuccioli restano indietro».
Il ciclo annuale delle renne in Mirra
In Mirra descrive il loro ciclo vitale: Dagar med vind sono i giorni ventosi, «Quando sull’altopiano tira un vento forte, è difficile muoversi e non ci sono alberi né rocce per proteggersi. È inutile scavare con gli zoccoli sotto la neve in cerca di cibo perché il vento ricopre tutto all’istante. Così le renne si sdraiano e aspettano che il vento si calmi. L’elemento davanti, più esposto, dopo un po’ si mette dietro, si danno il cambio per sopravvivere. Quando il vento si placa, cominciano a scavare in cerca di cibo, ma possono stare giorni senza mangiare. Sommarbeite, pascolo estivo, è uno dei pochi brani upbeat. Quando finalmente riescono a trovare cibo fresco, le renne diventano estatiche».
Il ciclo prosegue con Kvitkrull (licheni), Jaktmarsj (la stagione di caccia), Nysnø over reinlav (la neve fresca che torna sui monti), con i versi di altri animali a rischio estinzione, e si chiude con Simleflokk under månen (la mandria di femmine sotto la luna): «Dopo l’accoppiamento le renne si separano, le femmine restano con i cuccioli. I maschi perdono le corna e le femmine cominciano a crescere le loro, così possono proteggere il cibo per la loro prole. Nella mandria c’è solidarietà, ma anche individualismo», conclude Benedicte Maurseth. Implicitamente sembra aggiungere: in quest’ordine, se si vuole sopravvivere ai predatori e alle avversità della vita. (pubblicato su Il Manifesto del 31 dicembre 2025)
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Ascolta Mirra qui.


