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Musica

Benedicte Maurseth, il circolo magico delle renne in Mirra

Posted on19 Gennaio 2026
Home  >  Musica  >  Benedicte Maurseth, il circolo magico delle renne in Mirra

Sull’altopiano dello Hardangervidda dove è nata, la violinista norvegese Benedicte Maurseth ha visto le renne selvatiche solo un paio di volte e da lontano, infatti i suoni che ha incorporato nell’album Mirra provengono da registrazioni di esemplari finlandesi. «La parola “mirra” viene da un antico dialetto dello Hardanger: indica quando le renne si mettono a correre in circolo per tenersi al caldo e tenere lontani i predatori. I maschi più anziani stanno al centro e per proteggersi spingono i più giovani all’esterno. “Mirra” è anche un posto brulicante di renne, quando non erano a rischio di estinzione», ci spiega in videochiamata da Bergen.

La copertina dell'album Mirra di Benedicte Maurseth, dedicato alle renne

Un violino “simpatico”

Benedicte Maurseth suona lo hardingfele, il violino norvegese che, rispetto a quello classico, in più ha quattro corde simpatiche. In Norvegia è lo strumento nazionale e in passato aveva una cattiva reputazione: era considerato lo strumento del diavolo e non poteva entrare in chiesa. Il violinista, però, era una rockstar per il suo prestigioso ruolo sociale; quindi la musica per hardingfele si può considerare il rock’n’roll norvegese? Maurseth scoppia in una risata schietta e si dice d’accordo: «Era uno strumento centrale nella vita quotidiana, senza il violinista non si celebravano i matrimoni. Non poteva entrare in chiesa ma era presente in qualsiasi altra situazione della vita, anche nei funerali: durante la veglia del defunto si ballava, un approccio alla morte molto diverso da quello cristiano, un’usanza che in alcune zone della Norvegia si è protratta fino alla fine del 1700. Sì, era il nostro rock’n’roll, il violinista era un dio che trasportava i partecipanti al rito in un’altra dimensione attraverso le preghiere e la musica ripetitiva».

Le renne antistress

Nel corso di quest’anno ho usato Mirra come rimedio antistress per la sua sorprendente capacità di placare i tormenti più insidiosi. Il verso delle renne è meno inquietante del bramito dei cervi – una via di mezzo tra un muggito e un barrito – e nei brani si inserisce nel canto del violino, mentre i nuclei melodici girano, si evolvono ed evocano la forza pacifica della natura e degli esseri viventi in condizioni estreme. Percussioni, basso, tastiere, elettronica, le corde del violino e i versi delle renne sono una miscela incantatoria. Qual è il segreto di questo effetto miracoloso? Maurseth riflette a lungo prima di rispondere: «Il paesaggio che cerco di catturare con la musica ha su di me lo stesso effetto che Mirra ha per te. Provo a trasferire quella sensazione di pace in una musica molto ripetitiva, come la tradizione folk su cui si basa, e la ripetizione ha un effetto calmante. Come nel folk, le variazioni si ripetono, a volte sono percepibili, altre no, e questo produce una sensazione organica di calma e di movimento al tempo stesso. Le composizioni per hardingfele possono essere molto energiche o più spirituali, io scelgo quelle più meditative. Quando suono i brani tradizionali mi sento più felice e calma: comincio a improvvisare, a eseguire variazioni e su di me hanno un effetto benefico. Inoltre conosco molto bene la regione dove sono nata e cresciuta, so dove abitano i violinisti, dove è stato costruito il mio strumento, conosco il nome di ogni monte e lago e quanti giorni di cammino ci vogliono per arrivarci. Il paesaggio mi fa sentire molto connessa e radicata, forse c’entra anche questo».

Benedicte Maurseth sull'altopiano dello Hardanger

Un altopiano dove tutto è piccolo

Benedicte Maurseth vive a Bergen da una ventina di anni, ma è cresciuta a due ore e mezza di distanza, sui monti dello Hardanger. La valle è attraversata da una strada che collega Bergen a Oslo, ma sull’altopiano c’è silenzio, la presenza umana è scarsa. «Non è come le vostre Alpi. È piatto e pieno di laghi, fiumi, rocce. Non ci sono alberi a causa dell’altitudine, solo morene. Tutto è piccolo, bisogna guardare per terra per vedere quello che riesce a crescere durante la nostra breve estate».

Ha cominciato a studiare a sette anni con Knut Hamre, il miglior violinista della sua generazione (è nato nel 1952) e ancora oggi continua a imparare da lui. «È uno strumento solista, perfetto per la mia condizione isolata sui monti: produce una musica così ricca che non c’è bisogno di un bassista né di altro. In un contesto di gruppo è necessario amplificarlo e qualcosa si perde: ha un suono bellissimo in acustico, ma è uno strumento duttile. Quando suono in gruppo, faccio in modo che le composizioni siano più “piccole”. I musicisti che suonano con me sono ottimi improvvisatori e compositori, per cui non li limito dando indicazioni precise: a volte ho la canzone completa, altre solo una melodia e racconto l’immagine che ho in testa, ad esempio una mandria di renne che corre in circolo».

Le renne in Norvegia

«Sono animali che vivono nello Hardanger da millenni e si sono adattate alla perfezione all’ambiente e al clima freddo. Se d’estate fa troppo caldo, si incamminano verso i ghiacciai e si sdraiano nella neve per rinfrescarsi. La pelliccia le protegge fino a meno quaranta gradi. D’inverno il paesaggio è completamente bianco: quando vado a sciare o attraverso l’altopiano in auto mi chiedo come fanno a sopravvivere in mezzo a tutto quel candore».

Delle 24 aree in cui vivono le renne selvatiche, solo una è verde, a indicare un ecosistema favorevole alla loro sopravvivenza; 12, tra cui lo Hardanger, sono rosse. Le criticità sono dovute all’impoverimento genetico, alle malattie croniche e alla frammentazione delle aree a causa della presenza di strade, bacini idrici e impianti turistici. «Le renne non amano gli umani. Se sentono il nostro odore portato dal vento si allontanano rapidamente, sono molto veloci. In passato i predatori più pericolosi erano gli orsi e i lupi, adesso sono le aquile di mare. Si abbassano in volo e con gli artigli afferrano i cuccioli all’altezza dei polmoni, così perdono il respiro e muoiono all’istante», spiega Benedicte Maurseth. «Se non sono protetti dalla mandria, vanno incontro a morte sicura, come quando il gruppo deve spostarsi rapidamente per un pericolo improvviso e i cuccioli restano indietro».

Il ciclo annuale delle renne in Mirra

In Mirra descrive il loro ciclo vitale: Dagar med vind sono i giorni ventosi, «Quando sull’altopiano tira un vento forte, è difficile muoversi e non ci sono alberi né rocce per proteggersi. È inutile scavare con gli zoccoli sotto la neve in cerca di cibo perché il vento ricopre tutto all’istante. Così le renne si sdraiano e aspettano che il vento si calmi. L’elemento davanti, più esposto, dopo un po’ si mette dietro, si danno il cambio per sopravvivere. Quando il vento si placa, cominciano a scavare in cerca di cibo, ma possono stare giorni senza mangiare. Sommarbeite, pascolo estivo, è uno dei pochi brani upbeat. Quando finalmente riescono a trovare cibo fresco, le renne diventano estatiche».

Il ciclo prosegue con Kvitkrull (licheni), Jaktmarsj (la stagione di caccia), Nysnø over reinlav (la neve fresca che torna sui monti), con i versi di altri animali a rischio estinzione, e si chiude con Simleflokk under månen (la mandria di femmine sotto la luna): «Dopo l’accoppiamento le renne si separano, le femmine restano con i cuccioli. I maschi perdono le corna e le femmine cominciano a crescere le loro, così possono proteggere il cibo per la loro prole. Nella mandria c’è solidarietà, ma anche individualismo», conclude Benedicte Maurseth. Implicitamente sembra aggiungere: in quest’ordine, se si vuole sopravvivere ai predatori e alle avversità della vita. (pubblicato su Il Manifesto del 31 dicembre 2025)

Leggi anche Anna B Savage, tu e io siamo terra

Ascolta Mirra qui.

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