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Musica

Robyn Hitchcock, 1967 forever

Posted on19 Gennaio 2026
Home  >  Musica  >  Robyn Hitchcock, 1967 forever

Mi torna in mente il primo incontro con Robyn Hitchcock mentre leggo Brian di Jeremy Cooper, la storia di un impiegato che decide di dare un senso alla sua vita scialba e solipsistica diventando un assiduo frequentatore del British Film Institute. Nel suo andirivieni tra Camden dove vive e il BFI a Southbank, un giorno Brian si ferma a mangiare da Gaby’s, il deli mediorientale a Charing Cross, dove nel 2007 Hitchcock mi ha dato appuntamento per parlare di Nick Drake. Insalata greca, falafel e cappuccino. Una conversazione illuminante registrata con un iPod, il cui supporto minimalista di plastica bianca, quasi un origami, continuava a scivolare sulla formica anni Settanta del tavolo. Un eclatante conflitto di tecnologie ed epoche storiche, oggi entrambe modernariato.

Mi ritrovo a conversare di nuovo con lui per email – dato che vive a Nashville da molti anni, è sempre in tour ed è complicato far coincidere i fusi orari – a proposito del suo libro, un’autobiografia concentrata in un solo anno: 1967, Come ci sono arrivato e perché non me ne sono mai andato (Hellnation Libri/Red Star Press, traduzione di Carlo Bordone) è la storia di un Eterno Adolescente, folgorato all’inizio della pubertà da Bob Dylan, diventato a sua volta un Artista Totalmente Originale (nelle parole di Nick Lowe), musicista geneticamente (neo)psichedelico con i Soft Boys, The Egyptians e da solo. 

La copertina del memoir di Robyn Hitchcock

Racchiudere un’intera vita in un solo anno – nel 1967 è diventato la persona che è ancora adesso – è un nuovo genere di autobiografia, all’opposto de Gli Anni di Annie Ernaux, racconto collettivo e intergenerazionale che attraversa vari decenni. Chissà se Robyn l’ha letto. «Purtroppo no», risponde. E le autobiografie di altri musicisti? Inizialmente ricorda solo le Chronicles di Bob Dylan, ma in email successive aggiunge Set the Boy Free di Johnny Marr (Sur, traduzione di Anna Mioni) e Head On di Julian Cope. 

Come Nick Drake, nato cinque anni prima di lui, anche Robyn Hitchcock è figlio dell’alta borghesia – imprenditoriale e imperiale quella di Drake, artistica e culturale quella di Hitchcock  – il cui primo corollario è l’educazione privata dei propri rampolli. «A quattordici anni sto cominciando ad assomigliare a un annunciatore della BBC» scrive nel libro e, poco prima: «La mia personalità da scuola privata sta già iniziando a escludermi dalla possibilità di andare in giro e incontrare gente». È un imprinting che ancora si porta addosso? «La mia struttura molecolare è stata trasformata all’età di tredici anni dall’educazione privata e da Bob Dylan. È qualcosa da cui non si torna indietro ed è di questo soprattutto che parla 1967. Se non avessi frequentato il Winchester College e ascoltato Dylan, oggi vedrei il mondo con occhi completamente diversi. Il Regno Unito è cambiato, ma molti vecchi atteggiamenti dell’epoca dell’Impero Britannico continuano a sopravvivere fuori da Londra, Manchester e le altre grandi città. Le persone credono ancora nella gerarchia. Io sono morbosamente consapevole del mio posto nell’ordine gerarchico in qualsiasi situazione: è un tratto borghese di cui non sono orgoglioso, ma è difficile riaddestrarsi e diventare una persona diversa». 

Leggendo il libro e scoprendo le disavventure spesso esilaranti della sua famiglia – un padre e una madre sufficientemente agiati, hippy e disadattati da non doversi guadagnare da vivere e decidere di andare a vivere in un mulino su un fiume – si direbbe che la sua classe sociale fosse soprattutto bohémien. «Vivevamo in un mulino ad acqua ma, psicologicamente, era come un mulino a vento», commenta Robyn. «Mio padre e mia madre erano entrambi capaci di generare parecchia confusione». 

Contrariamente ad altri memoir ambientati nella stessa epoca, il 1967 del Robyn quattordicenne non è popolato di VIP. Nel libro c’è un incontro singolare con un giovane e già snob Brian Eno, ma nonostante la prossimità geografica, gli altri eroi come i Beatles e Syd Barrett sembrano appartenere a un altro mondo. Non era così per Patti Smith che, in Just Kids, racconta di aver incontrato l’aristocrazia del rock al Chelsea Hotel di New York pochi giorni prima del festival di Woodstock. «Patti Smith era una giovane donna che viveva nell’epicentro culturale di New York, dove si incrociavano i Jefferson Airplane, Jimi Hendrix, Allen Ginsberg e tutti gli altri – dice Hitchcock – Io ero un quattordicenne intrappolato nel collegio di una piccola città di provincia. È vero che Brian Eno viveva nei paraggi, ma Lennon, Barrett e gli altri semidei erano a sessanta miglia di distanza, nella Swinging London. Comunque all’epoca l’unica persona che sognavo di incontrare era Bob Dylan». 

Lo ha mai deluso? Che succederà quando morirà? «Ci mancherà terribilmente quando morirà. Con “ci” mi riferisco alle persone anziane che culturalmente si posizionano “a sinistra”. Bob Dylan è sempre deludente, perché ti innamori di lui e lui cambia pelle e diventa un serpente diverso. Lo ha fatto per i primi vent’anni della sua carriera. Anche le sue canzoni cambiano: dopo un po’ cominciano a sciogliersi e a sgocciolare sulla tela. I suoi fan gli proiettano addosso la vecchia faccia che lui non indossa più. È una creatura del tempo e appartiene solo a se stesso».

Robyn Hitchcock
Robyn Hitchcock, Kafe Antzokia, Bilbao, 2017, foto di Dena Flows

Nel pantheon di Robyn Hitchcock ci sono anche i Beatles: «Per il me anziano con i capelli bianchi significano esattamente ciò che significavano a dieci anni quando ero al settanta per cento della crescita», scrive. Si emoziona ancora con la loro musica? «Molti musicisti che mi piacevano all’epoca oggi mi fanno sentire un anziano intento a fissare le braci del passato: la Incredible String Band, Country Joe and the Fish, perfino Captain Beefheart, sono tutti intrisi di nostalgia. Ma ascoltare i Beatles, Dylan e Hendrix è ancora una botta di freschezza e di elettricità. Dentro di me, il mio io quattordicenne si sente rinvigorito ed energizzato». 

Nel libro colpisce la totale separazione dei sessi: le donne erano un’altra specie, scrive, e le uniche rappresentanti di sesso femminile con cui interagiva erano le nonne, la madre e le sorelle. È facile capire perché i ragazzi volessero diventare delle rockstar: i Beatles facevano un sacco di sesso con le loro fan. Quanto è stato difficile imparare a interagire? Viene in mente un altro libro, Chesil Beach di Ian McEwan, storia del fallimento di un matrimonio alla prima notte di nozze per analfabetismo sentimentale. «L’ho letto e mi ci sono ritrovato molto. C’è ancora un enorme chiasmo tra i generi. Forse il movimento trans è un tentativo di colmarlo? Fare sesso con qualcuno non significa capirlo o rispettarlo, perfino se sei un Beatle. Lentamente ho cominciato a conoscere ragazze e donne, ma non è andata molto bene. Lo racconterò nel mio prossimo libro. Una volta leccato tutto lo zucchero da una nuova relazione, come si va avanti?». In un’email successiva aggiunge: «Il sessismo permea la nostra cultura, anch’io sono cresciuto in un ambiente misogino: è nei miei riflessi e nei miei istinti, a volte difficile da ricalibrare, ma ci provo».

Eterno Adolescente può essere un insulto? «Una volta Lloyd Cole mi ha chiamato “Il Bambino Più Anziano del Mondo”. Non so se lo intendesse come un complimento, ma la definizione è molto accurata. So di essere un Peter Pan, un caso di “ritardo nello sviluppo”. Sono giovane dentro e le responsabilità mi spaventano. Vivo in un meteo perennemente adolescenziale». 

Nel libro Robyn Hitchcock rivela di essere “nello spettro” e che da ragazzo ogni tanto rompeva le cose. Lo fa ancora? «Ho sfasciato una chitarra durante il confinamento; anche se era vecchia e costava poco, ci ero affezionato. È un modo per farsi del male senza sanguinare fisicamente. Ho smesso di rompere gli oggetti verso i quindici anni: è un bisogno che nasce dalla frustrazione e il lockdown è stato molto frustrante per me. Mi piace essere in movimento».

La cosa più 1967 di lui in questo momento? «Il mio ruolo nella musica è sempre stato quello di mantenere viva l’attitudine surrealista del 1966/67. Mentre scrivo sono sdraiato sul letto con un gatto sulla testa e un pesce rosso nel cuore, dove il gatto non può prenderlo». (pubblicato su Il Manifesto del 16 ottobre 2025).

Guarda un estratto del concerto che Robyn Hitchcock ha dedicato al 1967.

Leggi anche Pink Moon, cinquant’anni sotto la luna rosa di Nick Drake

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