«Come sono arrivata fin qua non me lo so spiegare». (Marianne Faithfull, Memories, Dreams and Reflections)
Nel maggio del 1970 Marianne Faithfull mette fine alla relazione con Mick Jagger. Andando via di casa prende con sé il figlio Nicholas (di cui perderà subito la custodia), un tappeto persiano, qualche abito di Ossie Clark e quelli di seta di Deliss. «Erano i vestiti che indossavo quando vivevo per strada a Soho: una visione spettrale, un’orfanella anoressica, che non sentiva dolore, e nemmeno il freddo, per via dell’eroina», scrive in Memories. È simbolico il destino di quei vestiti che la definivano come Musa & Icona e che la vita di strada riduce in stracci. «Passavo le giornate in cerca dell’oblio, seduta sul muretto di un edificio in rovina a Soho», scrive. Vivrà così per due anni, decisa a distruggere la sua bellezza e a rendersi non desiderabile, galleggiando in uno stupore anoressico da eroinomane.

Inizia un capitolo della sua vita che durerà una decina di anni, in cui incide tre album. Masques nel 1971 (pubblicato nel 1985 con il titolo di Rich Kid Blues), è una raccolta di cover folkeggiante rappresentativa di quel periodo. In Dreamin’ My Dreams (1976) si reinventa come una Marlene Dietrich country & western in un altro album di cover. La prima canzone che firma dopo Sister Morphine è Lady Madeleine, dedicata all’amica Madeleine D’Arcy, morta apparentemente di overdose nella camera da letto del suo appartamento, con segni di violenza sul corpo. Fu proprio Marianne a ritrovarla: dovette aspettare per cinque ore l’arrivo della polizia. Nel 1979 Broken English è la rinascita. «Non si è mai sentito niente di simile prima – scrive Greil Marcus – C’è un coraggio, un mestiere e un’intelligenza dirompente che i suoi vecchi dischi non avrebbero mai lasciato immaginare. Broken English è un trionfo». Why D’ya Do It, un testo del 1968 del poeta, attivista e squatter Heathcote Williams, è lo sfogo rabbioso di un tradimento, infarcito di termini espliciti e sarcasmo feroce. Le lavoratrici della linea di produzione della EMI entrano in sciopero. Grazie alla distribuzione indipendente il disco vende 250 mila copie in sei mesi, la major ci ripensa e Marianne Faithfull è candidata ai Grammy Awards.
Derek Jarman gira con lei un mini-film per Witches Song, The Ballad of Lucy Jordan e Broken English, una canzone che parla della Banda Baader-Meinhof e di Ulrika Meinhof. «Solo anni dopo ho capito che parlava anche di me», dice Faithfull. «I giorni delle droghe che aprivano la mente erano finiti», scrive nell’autobiografia a proposito del clima di quegli anni. «Il mondo aveva cambiato rotta, c’era stato un cambio di tonalità. Era una sinfonia di Mahler completamente fuori controllo». Ma lei è viva ed è tornata.

Gli anni Ottanta si aprono con Dangerous Acquaintances (1981), un titolo che viene dalla sua grande passione di lettrice (Choderlos De Laclos era stato da poco ritradotto in inglese). È il primo album di cui scrive tutti i testi, ha un bel tiro e un suono reggae-funky-rock-new wave tipico di quegli anni. Ancora sul filo del reggae/new wave, nel 1983 esce A Child’s Adventure. Se Chris Blackwell l’avesse affidata a Sly & Robbie, e non solo a Wally Badarou, sarebbe stata la Grace Jones bianca? Marianne trabocca pathos come una diva mitteleuropea, preludio agli anni di studio di Weill/Brecht e ai dischi degli anni 2000.
È un periodo di alta tossicità, di psicosi da cocaina. Nell’autobiografia scrive: «A Child’s Adventure era sintomatico di una profonda malaise fisica e spirituale […] Il sottotesto dell’intero album è la disperazione, mascherata dalla produzione elegante […] Una delle mie canzoni preferite, scritta in pieno sballo, è Ashes in my hand: avevo quasi raggiunto uno stallo zen di negatività, tutte le inibizioni e il senso di vergogna erano svaniti. È quel punto subito dopo aver avuto tutto: i sogni si avverano e poi ti diventano cenere in mano».
She’s got a problem è firmata dalla grande amica Caroline Blackwood, scrittrice, ricchissima, alcolista, nichilista, bohémienne, di cui in Memories racconta gli ultimi giorni di vita al Royalton Hotel («dove vanno a morire i ricchi»): a letto, circondata da familiari e amici, «la flebo di morfina, bottiglie di champagne e una scatoletta di pâté». Marianne intona per lei come canto di addio Surabaya Johnny. Nel 1985 c’è il detox hard-core di Hazelden, a Minneapolis, la frattura della mandibola («Mi hanno infilato due chiodi con una barra all’esterno, e mi hanno attaccato una maniglia. Sembravo una chitarra. Meraviglioso dove ti portano le droghe») e il suicidio del fidanzato Howard Tose, che si lanciò dalla finestra dell’appartamento di Boston dove vivevano.
Religiosamente sobria e pulita, per Marianne Faithfull Strange Weather (1987) è l’ennesima rinascita: un’altra raccolta di standard e una formazione stellare (le chitarre di Bill Frisell e Robert Quine, il basso di Fernando Saunders, Dr. John al piano, la fisarmonica di Garth Hudson) che la accompagna anche in una nuova versione di As Tears Go By, con la regia perfetta di Hal Willner. «Cantando il materiale altrui ho capito di non essere una cattiva interprete. Non l’avrei mai scoperto se non avessi fatto Strange Weather».

Dopo Willner, ci prova con Angelo Badalamenti in A Secret Life (1995), un disco blando, la cosa peggiore che si possa dire di un album di Marianne Faithfull. Invece The Seven Deadly Sins (1997) è la prova che a volte i sogni si realizzano e non ti diventano cenere in mano. È il coronamento della lunga frequentazione di Weill/Brecht iniziata nel 1985 grazie ad Hal Willner e Lost in the Stars: The Music of Kurt Weill; proseguita nel 1995 con lo spettacolo da cabaret, An Evening in the Weimar Republic, diventato il live 20th Century Blues. The Seven Deadly Sins è registrato con il direttore d’orchestra Dennis Russell Davies alla Konzerthaus di Vienna con la Vienna Radio Symphony Orchestra. Weill e Brecht cambiano la sua concezione della forma-canzone; Lotte Lenya, che ascoltava nella pancia della madre, riverbera nella sua voce.
Dopo gli anni di intensa frequentazione di Weill/Brecht, Vagabond Ways (1999) è il disco con cui ritorna al suo genere, un “Mariannifesto”. Si apre con una dichiarazione semi-autobiografica – «Bevo, mi piace il sesso e sono una vagabonda» – in realtà ispirata a una notizia sui programmi eugenetici ancora in vigore in Svezia negli anni Settanta. Ma Faithfull ormai è talmente forte della sua persona che quando canta Tower of Song di Leonard Cohen, nel gioco delle parti assume volontariamente e in modo ironico quello di musa che imbocca il poeta, e si prende tutto il merito. Spicca come un epitaffio del passato una frase da Incarceration of a Flower Child di Roger Waters: «It’s gonna get cold in the 1970s».
E così, chi l’avrebbe mai detto, Marianne Faithfull sbarca nel terzo millennio. Lo fa con la sua ultima e definitiva reincarnazione: interprete, autrice, intellettuale, attrice, scrittrice, performer dalla statura artistica e intellettuale consolidata. Normale che ai suoi piedi accorrano nuove generazioni di musicisti. Con una splendida provocazione Kissin’ Time (2002) si apre con le pulsazioni dance, sintetiche e sinuose, di Beck e Sex with Strangers, per continuare a giocare con i ruoli. Del resto i suoi collaboratori le hanno costruito addosso un disco dal sapore retró, come se dopo il 1966 Marianne fosse sparita e poi fosse ricomparsa dal nulla come una Bella Addormentata. «Hanno cancellato il middle-eight della mia vita», scrive in Memories.
In Before the poison (2004) con PJ Harvey, Nick Cave, Jon Brion e Damon Albarn, la spavalderia si è ridimensionata, il disco è più cupo, nonostante l’immagine di copertina che guarda al futuro e alle giovani generazioni. Reduce da faticosi mesi in teatro per le repliche di The Black Rider di Robert Wilson (testo di William Burroughs e musica di Tom Waits, in cui interpretava Pegleg, il diavolo), Faithfull parte immediatamente per il tour promozionale dell’album. Arrivata alla tappa di Milano, dà forfait per esaurimento fisico ed è costretta a fermarsi.
Easy Come, Easy Go del 2008 (terzo album con Hal Willner dopo Strange Weather e il live Blazing Away) e Horses and High Heels del 2011 sono due dischi di cover con amici vecchi e nuovi: Keith Richards, Antony Hegarty, Jarvis Cocker, Nick Cave, Cat Power, Kate e Anna McGarrigle, Rufus Wainwright e musicisti straordinari come Marc Ribot, Jim White e Greg Cohen nel primo, ed eccellenti sessionmen di New Orleans e ospiti prestigiosi come Lou Reed nel secondo. C’è gran voglia di suonare e di fare festa: «È un periodo in cui non smetto mai di lavorare. Sto bene fisicamente e mi fa bene. Sono molto felice e mi diverto. Credo che il peggio sia passato. Era ora, no?». Chi poteva immaginare cosa aveva in serbo il futuro per l’umanità?
Give My Love to London (2014) nasce dal periodo più lungo di pre-produzione che Marianne Faithfull si sia mai concessa: costretta a letto per sei mesi a Parigi, può solo scrivere canzoni. Con lei ci sono Nick Cave, Warren Ellis, Roger Waters, Brian Eno, Adrian Utley e Anna Calvi. Nella title-track riprende le vesti di Pirate Jenny, a cui aveva dato voce molti anni prima, e torna sulla scena del delitto, una Londra ormai in rovine. Faithfull è un’Erinni che porta sul corpo tutti i segni della battaglia, ma si prende una rivincita sulla città da cui era stata esiliata a colpi di tabloid e barrette di Mars. «My God, how you disgust me!», sputa con il poco fiato che le è rimasto nei polmoni in Mother Wolf.
Quattro anni dopo realizza il disco più personale e onesto, senza «angoli nascosti», un’operazione a cuore aperto: Negative Capability (2018). In My Own Particular Way è di un’onestà brutale: «Amami per quella che sono veramente, non un’immagine o per soldi, So di non essere giovane e sono danneggiata, ma sono ancora carina, gentile e spiritosa». Non sono molti i colleghi che possono dire la stessa cosa, soprattutto tra gli ex compagni di scorribande della Swinging London.
Il corpo è fragile e disfatto, ma per il suo spirito qualcuno la chiama ancora Puck, il folletto dei boschi bugiardo e malizioso di Sogno d’una notte di mezza estate, creatura solitaria come lei. Gli amici di una vita cadono uno dopo l’altro e tocca a lei, sempre la prossima della fila, ricordarli (Anita Pallenberg era morta nel 2017), ma Marianne Faithfull è anche Cassandra che annuncia un futuro terribile in They Come At Night, sulla strage del Bataclan: «I nazisti ritornano ogni settant’anni. Le bombe esplodono a Parigi, il futuro è qui. Non c’è l’Inghilterra coraggiosa, il coraggio della Russia, non c’è l’America». In pratica, il nostro tetro presente.
In No Moon In Paris anche lei finge di essere coraggiosa nella sua solitudine e si aggrappa ai suoi eroi culturali, alla “negative capability” di Keats, la capacità di vivere nell’incertezza esistenziale. Quando per la terza volta canta As tears go by, sempre un’ottava più bassa della precedente, il verso «This is the evening of the day» rimbomba in modo soprannaturale, con l’intensità emotiva degli ultimi dischi di Johnny Cash e Leonard Cohen.
Quando finisce in terapia intensiva per una polmonite da covid, She Walks in Beauty (2021) diventa giocoforza l’ultimo capitolo, ma Marianne Faithfull realizza un altro sogno: recitare le sue poesie preferite dei grandi romantici. Con voce quasi rantolante esala con una volontà feroce i versi di Byron, Keats, Shelley, Wordsworth, Tennyson, Hood ed esce di scena con una standing ovation. Sa che non ci saranno altri dischi, ma non smette di scrivere e fare musica fino all’ultimo. Più di una sopravvivente: una combattente. Nel 2014, per i cinquant’anni di carriera, aveva curato un volume fotografico, Marianne Faithfull, A life on record con l’introduzione di Salman Rushdie, a cui lasciamo la conclusione. Quella di Marianne Faithfull, scrive, «È una bella storia, non esattamente una fiaba. Una storia che sarebbe piaciuta a William Blake. Anche lui ne sapeva qualcosa del viaggio dall’innocenza all’esperienza».
(Pubblicato su Alias del Manifesto il 1 marzo 2025)
Leggi qui la prima parte dell’articolo.


