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Musica

Il pane degli angeli di Patti Smith

Posted on19 Gennaio 2026
Home  >  Musica  >  Il pane degli angeli di Patti Smith

«Ho fatto un sogno», racconta Patti Smith a Stephen Colbert nella puntata del Late Show del 7 novembre. «Questo libro mi arrivava per posta, era già scritto. Lo leggevo ed era molto bello, bianco, avvolto con un nastro candido. Esprimeva gratitudine per le persone care che ho perso: i miei genitori, mio marito, mio fratello, il mio amato cane. Nel sogno ho pensato che avrei dovuto scrivere un libro così. Quando mi sono svegliata, lo tenevo ancora in mano».

È stato un processo lungo e impegnativo, con una pausa di due anni a causa di una rivelazione sconvolgente sulle sue origini, ma alla fine il libro l’ha scritto. Si intitola Il pane degli angeli (Bompiani, traduzione di Tiziana Lo Porto) ed è la storia della sua vita. La copertina è uno scatto di Robert Mapplethorpe del 1979, realizzato durante la seduta fotografica per l’album Wave e la ritrae in posa estatica. L’abito e il ficus sono gli stessi, ma non ci sono più le colombe posate sulle sue mani. Smith ha gli occhi chiusi, le braccia sollevate ad angolo retto, sembra il fotogramma di un passo di danza. 

la copertina di Il pane degli angeli, il nuovo memoir di Patti Smith

«In quel momento sapevo già che avrei abbandonato la vita pubblica e che avrei preso delle decisioni difficili. Volevo un ritratto che in qualche modo esprimesse tutto ciò». L’estasi dell’addio. A 33 anni Patti Smith sa che deve cambiare strada. Non disegna e non scrive da mesi, fa la spola con Detroit dove vive Fred Sonic Smith, che presto sarebbe diventato suo marito, e nel frattempo conduce la vita frenetica e insensata da rockstar, catapultata da un concerto a un’intervista.

«Se non si è prudenti, si arriva al punto di essere irriconoscibili a se stessi», scrive. «Ho srotolato il tappeto della mia vita. Ho guardato bene dove avevo camminato e cosa avevo calpestato. Ho riflettuto su dove avevo inciampato, e su quanto ero stata scortese, esigente e sprezzante con gli altri. Su ciò che avevo erroneamente bramato». Era arrivato il momento di fare i conti con se stessa. Di ritorno dal tour europeo, a New York si consulta con William Burroughs e poi abbandona il rock’n’roll. «Con una valigia di metallo ammaccata e ricoperta di adesivi sono tornata a Detroit. L’ho fatto per amore. L’ho fatto per l’arte. Ma soprattutto l’ho fatto per me stessa».

Leggendo Il pane degli angeli la prima cosa che colpisce è che, nonostante la povertà e l’esistenza precaria, fin da bambina Patti Smith ha avuto una visione di sé. Si è affacciata al mondo tossendo nel mezzo di una violenta bufera di neve, una neonata con una grave insufficienza bronchiale salvata dal padre che la tenne per ore sopra una tinozza fumante. Il diario dei suoi primi sette anni è pieno di malattie – broncopolmonite, tubercolosi, rosalia, orecchioni, varicella, febbre alta curata con dosi massicce di penicillina che le induceva allucinazioni di cui ancora oggi ha un ricordo nitido. 

“Un’infanzia proustiana” di convalescenze, grandi letture e traslochi, infestata da ratti, bulli, cani con le zecche e perfino da tartarughe azzannatrici. C’è qualcosa di Tom Sawyer e Huck Finn nelle avventure della piccola Patti che la domenica, dopo la scuola biblica, jeans Wrangler e camicia a quadri rossi, va a rovistare nella spazzatura. Un giorno trova un tesoro: due pile di Vogue e Harper’s Bazaar. Confrontandole con i cataloghi Sears della madre, Patti avverte una differenza e un’affinità intuitiva. Grazie a quelle riviste patinate assorbe l’opera di grandi fotografi e viene introdotta al mondo dell’arte e dello stile, a un vocabolario estetico.

Una volta la madre le disse che aveva un cuore di pietra. «I capi devono essere duri», pensa Patti la ribelle. Era una leader fin da ragazzina e poi lo sarebbe diventata alla guida del gruppo che portava il suo nome. Una dura non sorride in copertina, non ammicca come erano costrette a fare le ragazze del pop. Nel ritratto di Horses è una via di mezzo tra Arthur Rimbaud e Frank Sinatra (ironia del destino: il disco fu stampato a Pitman, nel New Jersey, nella fabbrica di dischi della Columbia dove nel 1967 non era riuscita a trovare lavoro). 

Quella foto destò preoccupazione per il suo aspetto non conforme: il reparto grafico ritoccò l’immagine, lisciandole i capelli e correggendo alcuni tratti irregolari del viso. Smith fece ripristinare la foto originale. Anche per la copertina di Easter, firmata da Lynn Goldsmith, ci furono problemi. Le ascelle non depilate provocarono una reazione scomposta della critica e alcuni negozi di dischi si rifiutarono di esporre l’album. «È stata colta come una provocazione, ma io non mi ero mai rasata in vita mia», commenta Smith nel libro. Sarà per questo che nel 2025 sulle copertine delle riviste italiane ha ancora la faccia che aveva negli anni Settanta: forse perché continua a non radersi e a non farsi la messa in piega.

La seconda cosa che colpisce in Il pane degli angeli è che gli anni lontani dai riflettori sono più interessanti e commoventi di quelli da rockstar che conosciamo già. Oltre all’infanzia, gli anni trascorsi con Fred Sonic Smith, la vedovanza, il ritorno alla musica grazie agli amici, il nuovo millennio, il ventunesimo secolo che «non si è rivelato quello che la mia generazione un tempo aveva immaginato: armonia universale, rinuncia alla guerra, carità secondo il bisogno».

C’è molta Italia in Il pane degli angeli, a partire dall’ondata di adorazione che la accolse in occasione del tour del 1979: «Correvo per le strade di Cannes, Bologna e Firenze con fan e paparazzi alle calcagna. Sentivo che mi avrebbero divorata, come i bambini sulla spiaggia di Improvvisamente l’estate scorsa», scrive. Durante il viaggio da Bologna a Firenze alcune donne bloccarono la strada gridando il suo nome. Lei e Gregory Corso scesero dal pullman, le donne le baciavano l’orlo del vestito, si torcevano le mani e urlavano. Lei era inorridita. Le chiedevano di intercedere per chiedere la liberazione dei loro mariti, prigionieri politici. E poi Firenze, il 17 settembre, le ottantamila persone, suo fratello Todd che vuole issare la bandiera americana: «Okay, alziamola e scateniamo l’inferno. Alla fine è stato quello che abbiamo fatto: un’intera stagione all’inferno in due ore».

Nel presente, i pellegrinaggi a Trieste – il Caffè Tommaseo di Svevo e Saba, il castello sulla collina, Rilke, Joyce – Bologna, Roma in cerca dell’atelier del pittore russo Aleksandr Ivanov, un caffè alla Tazza d’Oro al Pantheon, la Cappella Sansevero a Napoli. «Desideravo tantissimo vedere il mondo – dice a Stephen Colbert – ma non credevo che avrei avuto le possibilità economiche per farlo. Quando abbiamo finito di registrare Horses, pensavo che sarei tornata a lavorare in libreria, invece mi hanno detto che dovevo andare in tour. E dove? In Finlandia!».

Il “pane degli angeli” è un gesto inaspettato di gentilezza, non necessariamente profondo né spirituale: se cadi per terra e qualcuno ti aiuta a rialzarti, quello è il bread of angels. Forse il ventunesimo secolo assomiglierebbe di più a quello immaginato dalla generazione di Patti Smith se praticassimo l’arte della gentilezza inaspettata. Se, travolti dalla febbre della delusione che nessuna dose di penicillina può curare, recuperassimo la visionarietà della nostra infanzia: «Perché i bambini operano nel perpetuo presente, vanno avanti, ricostruiscono i loro castelli, depongono gessi e stampelle, e tornano a camminare».

(pubblicato su Il Manifesto del 30 novembre 2025)

Leggi anche Patti Smith, l’artigiana rivoluzionaria

Guarda l’intervista con Stephen Colbert.

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