Il convento: rivoluzione e pacificazione
In Italia, nel 2022 è uscito Chiara di Susanna Nicchiarelli, dedicato alla fondatrice del secondo ordine francescano. Per la regista è un film politico che “parla di radicalità, di una ragazza che ha scelto di stare fuori dalla società vivendo nell’assoluta povertà, di un ritorno alla sostanza di ciò che è importante, in una comunità non gerarchizzata. La sua è una scelta gioiosa, non una privazione dolorosa. È politico perché racconta il rapporto con il potere messo in crisi dalla rivoluzione francescana, un potere soprattutto maschile”. Non è una fuga, né un ripiego, ma una scelta consapevole di emancipazione e liberazione, che può anche prevedere la castità. Il convento permette di “trovare rifugio dal caos del mondo nella tranquillità e nel calore di una comunità unita insieme alle proprie amiche”, scrivono Garriga e Urbita in La saggezza del convento.

Il tratto più convincente della vita nel monastero, scrive Claudia Maiorelli in Cerco, dunque credo? (Vita e Pensiero, 2024) è il modo “di abitare il tempo in maniera ordinata, di dare senso alle piccole cose […] e questo dà una serenità che assomiglia alla gioia […] Il monastero rappresenta un luogo in cui si realizza una vita comunitaria intensa che dà alle persone una pacificazione interiore colta nel modo con cui esse si rapportano agli altri, anche esterni. È una vita comunitaria che tiene nel tempo, che ha e dà stabilità alle persone e le rende capaci di cura e di compassione. Il calore delle relazioni interpersonali parla di una vita che ha liberato l’umano, permettendo ad esso di emergere, di esprimersi, anche nella dimensione degli affetti”.
Della viralità del nuncore scrive anche YPulse (il sito specializzato in temi e tendenze per il pubblico dalla Gen Z ai Millennial), ed è proprio la Spagna, paese di origine di Garrita e Urbita, a guidare il revival cattolico tra i giovani: “Dai confessionali su TikTok alle affollate messe in latino, il cattolicesimo fa tendenza nella Gen Z non solo per la sua estetica. I conventi da Burgos ad Ávila sono al completo, le statistiche ufficiali mostrano che nel 2025 la percentuale dei giovani dai 18 ai 24 anni che si identifica come cattolica è salita al 39%. Le diocesi di tutto il mondo riportano un aumento dal 30 al 70% di nuovi adepti sotto i 35 anni. Il 2025 ha visto un aumento del battesimo tra gli adulti del 45% in Francia (il 44% sotto i 25 anni). Nel Regno Unito il 41% dei giovani cristiani frequenta le funzioni cattoliche, il doppio rispetto agli anglicani. Per molti, la spinta è la solitudine: il 21% afferma che è la grave forma di solitudine a spingerli verso i rituali e le comunità religiose. Anche la musica segue questa tendenza – l’iconografia cattolica di Rosalia – seguita da film e podcast che propongono la vita in convento in chiave positiva”.
L’Italia in controtendenza
In Italia, invece, sembra esserci una controtendenza che aveva già messo in allarme Papa Bergoglio. Nel 2020 le suore erano 70mila, scese a 66mila nel 2022 (gli ultimi dati disponibili in Vaticano) con un’età media altissima e un ricambio generazionale inesistente. “Nel 2013 i giovani che si dichiaravano cristiani cattolici erano il 56%; nel 2023 sono il 32,7%; i giovani che si sono dichiarati atei nel 2013 erano il 15%, sono diventati il 31%. Ancor più seria la situazione delle giovani donne: se nel 2013 si sono dichiarate cristiane cattoliche il 62%, nel 2023 la percentuale scende al 33%, quasi la metà”, scrive Fabio Introini in Cerco, dunque credo?
Anche nella frequenza della pratica religiosa il divario di genere è significativo: il 20,6% dei maschi e l’11,9% delle femmine dichiara di partecipare a un rito religioso almeno una volta alla settimana. Introini, docente di sociologia generale all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, commenta: “È un dato che mette in discussione lo stereotipo per cui la religiosità dovrebbe intercettare maggiormente la componente femminile”. Le donne, secondo Introini, forse vorrebbero spazi diversi e ruoli con maggiore responsabilità. “Rispetto alle loro coetanee di alcuni anni fa, oggi le ragazze vivono in una prospettiva emancipata, acquisitiva, puntando a un’affermazione e una realizzazione di tipo professionale. La loro capacità è di saper leggere in termini “vocazionali” questa ricerca di emancipazione, quindi come ricerca della loro autenticità e del significato della loro esistenza”.
La disaffezione femminile nei confronti dei riti religiosi istituzionalizzati è confermata dalla recente analisi di Luca Diotallevi, professore ordinario di sociologia presso l’Università di Roma TRE, in La messa è sbiadita. La partecipazione ai riti religiosi in Italia dal 1993 al 2019 (Rubbettino, 2024). Nel caso delle donne si è perso quasi il 40% del valore registrato nel 1993 (per gli uomini il calo è del 30%). Ci sono altri dati che fanno riflettere: tra gli individui tra i 25 e i 64 anni la partecipazione politica diminuisce più di quella ai riti religiosi, così come quella alla vita familiare. Nei venticinque anni presi in esame i due fenomeni più importanti sono stati la drastica riduzione di “coloro che praticano intensamente sia le azioni rituali altamente istituzionalizzate che le relazioni in presenza con gli amici e la crescita impetuosa della quota di individui che potremmo definire ‘isolati’ almeno con riferimento a queste due sfere di relazioni, ma forse non solo a queste”. Siamo dunque disaffezionati ai riti religiosi, familiari, sociali e politici, ripiegati su noi stessi. Avremmo proprio bisogno di una vocazione. Se siamo indietro nelle “tendenze” è perché siamo un Paese in cui le donne faticano a realizzarsi professionalmente?

Un memoir sulla vita in clausura
Per chi fosse incuriosito dalla vita monastica, a gennaio è uscito per Marsilio La gioia nel silenzio. Come ho scoperto il mondo dalla vita di clausura di Elena Francesca Beccaria, abbadessa del Monastero di Santa Chiara nel quartiere Monteverde di Roma. Nel 1988, a ventisette anni, dopo una laurea in chimica farmaceutica e un incarico manageriale lasciato dopo pochi mesi, Beccaria entrò nel monastero di Città della Pieve, prima novizia dal 1938. Sarebbe tornata a casa dei genitori 34 anni dopo e in quell’occasione avrebbe rivisto per la prima volta alcuni vecchi amici. Sono stati i loro volti a restituirle il passare degli anni di cui fino a quel momento non aveva avuto coscienza perché la vita monastica, scandita dalle stagioni dell’anno liturgico, educa a una concezione del tempo circolare che fa perdere il senso del suo scorrere lineare: “È un po’ l’affacciarsi dell’eternità nella nostra dimensione ancora fatta di giorni, mesi e anni: si spezza questa inesorabilità e si entra nella dimensione di un tempo che ritorna su se stesso e ti offre sempre la possibilità di un nuovo inizio”, scrive nel memoir.
Il suo percorso di vita ha reso la grata un habitus. Oltre alla diversa concezione del tempo, la condizione di clausura imposta un’altra modalità anche nella relazione con l’altro: “La grata educa a una profondità di rapporti e induce una confidenza immediata. Dà visibilità a una forma di custodia dell’altro, di ciò che intende affidarci, in qualche modo è paragonabile a un confessionale: l’altro sa che quello che viene consegnato qui, qui resterà”.
Un monastero di clausura al centro di Roma
Per avere un contatto più diretto con il mondo della clausura, nei limiti del possibile, decido di far visita alle monache agostiniane del Monastero dei Santi Quattro Coronati a Roma e una plumbea mattina di inizio gennaio mi avvio verso la basilica alle pendici del Celio. Nonostante le buone intenzioni, mi perdo l’Ufficio delle Letture alle 6 e 30, le Lodi delle 7 e 45, l’Ora Terza delle 8 e 30 e arrivo trafelata giusto in tempo per la Sesta alle 12 e 30. Dal momento in cui si varca la soglia del monastero, fondato a metà del V secolo sui resti di una domus romana, si entra in un’atmosfera non solo antica – che a Roma è normale – ma sospesa nel tempo, fuori dall’ira e dal caos che fomentano la città. Non stupisce che “in genere le giovani che arrivano in monastero faticano a entrare dentro gli spazi di silenzio che la nostra giornata prevede”, scrive Beccaria.

La qualità più spiazzante del complesso monastico è proprio l’assenza di rumore. Da lontano arriva il suono attutito di una sirena e mi accorgo di un cambiamento repentino: il silenzio modifica il movimento del corpo che si fa cauto, consapevole e non convulso. Ho appena abbandonato l’auto incastrandola tra due passi carrabili e adesso sono tra le rovine del tempo lineare – capitelli ionici e corinzi incastonati in mura medievali, iscrizioni in caratteri gotici, affreschi, lapidi in memoria di restauri voluti da un re d’Italia che era anche imperatore d’Etiopia, primo maresciallo dell’Impero e Re d’Albania – risucchiata da una quiete di apparente assenza. Non ci sono nemmeno le agostiniane, che oggi hanno deciso di pregare all’interno del convento. Siamo in pochi ad aggirarci tra le navate della basilica: un fedele polacco inginocchiato, qualche turista che si affretta prima della chiusura e io, beffata dall’incontro mancato, dalla vertigine misteriosa della clausura oltre le porte chiuse. Ma c’è l’afflato del silenzio a unirci, ed è abbastanza per provare un senso di gratitudine. Miracolosamente, quando esco, ritrovo l’auto dove l’ho lasciata, e insieme torniamo al caos e al furore. (pubblicato su Lucy sulla cultura a febbraio 2026)
Leggi la prima parte qui.


